IL PROGETTO


Siamo felici di presentarvi la nostra nuova collaborazione al Progetto "𝗛𝘂𝗺𝗮𝗻𝘀.𝗹𝗶𝗳𝗲", un'iniziativa americana nata per raccontare storie, notizie, ritratti, racconti visivi, che spaziano dal sociale all'arte, dalla storia alla scienza, dalla salute all'intrattenimento.

MISSION


"Analizziamo i passaggi delle emozioni umane con un metodo preciso ed efficace. Accarezziamo anime. Ispiriamo vite.
Ogni persona ha una storia da raccontare e a noi spetta il compito di scoprirla e trasformarla in una lettura emozionante e straordinaria."

UN MONDO DI STORIE


1
LA STRADA
Francesca Di Meo
Succede che quando sei un passo dal traguardo, alzi gli occhi e smetti di guardare le tue gambe che corrono. Alzi gli occhi e cerchi il numero del km che manca. Poi all'improvviso, quasi sempre, dietro un angolo, o una salita c'è un pezzo di strada. Dritta. E in fondo, lo vedi. Il traguardo. E c'è un sacco di gente che applaude.. e in quel momento percepisci che hai superato la fatica, il dolore e che ora troverai qualcuno da abbracciare. Anche un estraneo va bene... fa lo stesso.. va bene lo stesso... La luce di quel giorno me la ricordo.. Fuori dall'edificio, il mio pugno tiene accartocciato l'esito dell'istologico. Lei arriva da lontano e ha una sciarpa arrotolata sulla testa... si avvicina sempre più... ha gli occhi che brillano... "Scusa... posso farti una domanda?" Le dico. "Se posso esserti utile, certo!" mi sorride... "Com'è?" Mi guarda... non comprende.. "Com'è... la chemio?" Sorride... È bella. Ha le sopracciglia disegnate, un filo di rossetto.. Mi guarda dritta negli occhi. Ha capito. "Vieni qui" dice. E mi abbraccia. Io scoppio a piangere. E resto tra le sue braccia. Lei mi tiene stretta senza parlare e aspetta che io smetta. Mi sciolgo da lei... mi vergogno.. mi sento così stupida. Penso: sei scema? Piangi davanti ad una sconosciuta che già sta lottando per se stessa? ... "Ti senti meglio?" Riesco solo a dire grazie... un grazie piccolo e timido... "Non è così tremenda... basta che non cedi.. mentalmente dico. Impara i nomi dei farmaci. Rasati i capelli adesso. Non ti vergognare della tua testa pelata. Scherzaci su, ti passerà prima. Riposati tutte le volte che puoi. E lotta. Lotta con tutte le armi che hai a disposizione. Che siano sorrisi, che sia il tuo lavoro, che sia la tua famiglia. Lotta. E basta. Vado. Ho la terapia... speriamo che stavolta vada meglio. Io ce l'ho allo sterno.. dal seno è arrivato lì." Sorride. E si allontana dicendo: " stamattina ho messo la sciarpa in testa perché sento più freddo del solito.. " Respiro... Ho le gambe molli... immobili.. Dentro la mia testa c'è lo sparo dello starter. Cazzo, se ne hai fatte di gare.. Tocca partire ragazza... ormai ti tocca correre... Chiudo gli occhi.. respiro l'aria fredda a bocca aperta.. Lo sterno... penso.. cazzo. Cerco di togliere le pieghe dal foglio accartocciato... leggo...rileggo... 12 mesi. Ok.. calma... dividi. Come quando corri. Dividi la strada. Dividi i km. Spacchetta il percorso... i primi 10 km ti passano veloci.. non li senti neanche.. 4 rosse, uguale 10 km. 2 In una maratona devi andare leggero... canottiera, pantaloncini, capelli legati al massimo in modo che il tuo corpo possa fendere l'aria.. I capelli... Il rumore della macchinetta mi da fastidio.. ormai dopo 19 giorni dalla prima infusione, vengono via a mazzi... Fanculo, penso. Rasa! E non cedere. Pensa a "correre".. Mia figlia fa fatica a guardarmi.. lei ha paura... forse le faccio anche un po’ schifo… ma resisto… la guardo io negli occhi e non cedo. Le dico: "ho scelto io di fare questa cura perché dopo, saremo libere. Tu sarai donna, amore mio... devi imparare a lottare..." mi abbraccia.. piange.. non cedo.. le dico, mi dico.. andrà tutto bene. Tutto. E appenderemo al collo una scintillante medaglia. Lo so. Lo sento. Io lo sento. "Come sta la mia Wonder Woman?" Marta mi ha visto correre in allenamento. Mi ha soprannominata Wonder Woman, prima di tutto questo. perché dice che sono indistruttibile.. "Eh, Marta mia... ho la testa pelata e mi sento fuori luogo.. fuori contesto.. fuori da tutto.." "Respira Wonder. Respira... io ti faccio da Lepre, se vuoi. Ti fendo l'aria.. ti do il passo.. così ti stanchi di meno.." "Ci sto, Lepre. Andiamo!" Ogni venerdì mattina c'è la metafora della corsa.. della strada... "Che si fa oggi Wonder? Percorso lungo o percorso breve?" Il lungo è il Taxolo. Il breve è il biologico. Ogni venerdì. Ogni giorno è diverso. Ogni volta si ha una strada diversa da percorrere. "Allaccia le scarpe, Lepre. Si parte." Perchè i secondi 10 km di una maratona sono più tosti.. le gambe cominciano a rallentare.. e la tua testa comincia a dirti che ne mancano 30. In quel momento devi essere furbo.. il cervello lo devi fottere.. impegnandolo con qualcos'altro.. 4 cicli da tre. 12 infusioni più 4. “continua a "correre"... me lo ripeto ogni mattina. Il dolore fisico si sente... anche il materasso fa male, alzarsi fa male, camminare fa male, abbracciare fa male.. anche la trapunta leggera della primavera fa male… è già arrivata la primavera... Tisane, vitamina C e nessun'altra medicina aggiuntiva... Non cedere... resisti.. La strada è faticosa a volte.. ci devi essere abituato a correre se scegli di fare una maratona... 42km e 195m si fanno di resistenza. Adoro questa parola... Re - Esistenza.. è come se ti viene concesso di esistere due volte.. e se resisti... ti viene concesso veramente... è quello il premio. Eccola la mia medaglia luccicante... Continua a dividere… meno strada al traguardo. Altri 10km.. avanza.. tieni la testa alta.. respira.. Tra i 20 e i 30 km il corpo comincia a modificarsi un po'.. senti che i muscoli si gonfiano per lo sforzo, le mani e le braccia si indolenziscono.. non percepisci la fatica, perché la mente è andata oltre… Non devi pensare.. 3 Non devi pensare che ne mancano ancora 20.. Non devi pensare.. Devi solo correre. Ormai dormo poco... non sopporto il port. Tutto intorno ha ricominciato a muoversi.. mi manca correre.. mi manca il vento... in compenso stanno crescendo i capelli.. sono morbidi.. dolcissimi... ci passo la mano in continuazione..torneranno, mi dico, torneranno i miei capelli lunghi da amazzone.. Entro. "Doc, posso dire una cosa?" Annuisce. Emanuela è straordinaria. Tutto il reparto lo è. Hanno dei sorrisi che illuminano la giornata. "Mi manca tanto correre.. tantissimo... e non so come dirlo in altro modo...ma mi manca.." Mi guarda. "Possiamo toglierlo adesso che hai finito le chemio." Gli occhi mi si gonfiano di lacrime. È un regalo. Un dono inaspettato... Maledetto, e benedetto, port. "Però devi vincere una gara per noi." "Ci puoi contare, Doc!" Ci puoi contare.. penso. Il solo fatto di poter risentire il vento in faccia, il rumore delle scarpe da corsa sulla strada, è la vittoria più grande.. Al 25esimo, ai ristori di una Maratona, trovi pezzetti di cioccolata.. devi rallentare e prenderne un paio... Il gusto... quel sapore... quando lo metti tra i denti ti fa rendere conto di quanto tu lo abbia dato per scontato... Ringrazi... Dio, o il tuo angelo custode, o chi in quel momento è lì... che anche un estraneo, va bene.. va bene lo stesso. E non sei mai sola... mai. È come se senti che qualcosa ti spinge avanti. La forza? L'amore? La vita? Io non lo so. Non so se mi voglio guardare indietro. Non so neanche se sarò mai in grado di raccontare nel modo giusto ciò che ho provato. Perché non credo si possa. Serve un tempo di elaborazione non da poco. Dicono che per smaltire una Maratona ci vogliano 6 mesi. E una Ultramaratona? E quanto ci vuole a masticare e sputare un'esperienza? Non lo so. Non ho risposta. Sono partita al suono dello starter. Ho iniziato a correre durante una tempesta. Dove i giorni di sole sono stati pochi per poter riprendere fiato. Perché le nuvole, quelle cattive erano già in agguato. Ma io sono una maratoneta. E le maratonete non mollano. Non si arrendono. Conosco la strada. E conto i km all'arrivo. Ne mancano pochi. 4 Negli ultimi di solito, le gambe incominciano ad accelerare... non si sa perché. Ma accelerano. La strada non ti sfida... la strada ti accoglie… perché ti mostra la direzione… e ti porta dove vuoi andare. E io lo so. Tra un po' ci sarà quel 42 rosso. Tra un po' dietro un angolo, o una salita c'è un pezzo di strada. Dritta. E in fondo, lo vedrò. Il traguardo... E troverò qualcuno da abbracciare. Anche un estraneo va bene... fa lo stesso.. va bene lo stesso... Oggi c'è il sole. E mi ricorda che sono viva. E sono una Donna. E che, come me, ce ne sono altre, e altre, e altre... E che siamo tutte, tutte, tutte Wonder Woman.
StoriaLaura
ARMONIA
Laura Scuderi
“Questa è una storia a lieto fine. Anche se il suo svolgimento è stato difficile. Ho trascorso la mia infanzia con mio padre, mia madre e mia sorella, prendendone tutto l’amore possibile come in una fiaba. Papà lavorava come pianista di un lussuoso Hotel di Roma, ed era un galantuomo di altri tempi. Mamma, una donna dolce e sensibile che si occupava di noi a tempo pieno. C’era una sorta di magia, che aleggiava sempre nella nostra casa. Io ho cominciato a danzare da subito. La musica che suonava mio padre, ha stimolato il mio corpo alla disciplina della danza. Il nostro giardino di casa diventava un palcoscenico libero e selvaggio, intriso di musica, sudore e sogni. Tra noi c’era un mondo invisibile. È buffo pensare ancora oggi a quando, con mia madre e mia sorella, entravamo nella hall del Grand Hotel dove lavorava papà, e lui, per farci fare un ingresso da principesse, smetteva di suonare ciò che intratteneva gli ospiti e cominciava, sul suo pianoforte a coda, le note di qualche musica dei cartoni di Walt Disney. Era il nostro codice. E noi ci sentivamo principesse. Le sue principesse. Fino a quando, decisero di separarsi. Se ne andò. Io avevo 11 anni. Improvvisamente, noi tre, rimaste sole, abbiamo perso i rapporti con mio padre. Lui non era riuscito a sopportare la nuova e diversa gestione della nostra famiglia. In quel preciso istante, mi sono accorta della sua profonda fragilità. Risolvere la situazione con mia madre, imponeva una forza che lui non aveva. E nonostante io cercassi di scuoterlo lui si è smarrito. Da figlia, forse non ho mai potuto capire ciò che li legasse profondamente. Non si sono mai separati. Sono grata a mia madre e alla sua forza, perché non ci ha mai lasciate nonostante avesse anche lei bisogno di essere tenuta da qualcuno. Non si è mai persa. Ha dato a me e mia sorella la verità in ogni circostanza, fornendoci il foglietto illustrativo delle controindicazioni, nel caso di dubbi. Siamo cresciute in clima di condivisione costante e di sostegno reciproco. Io la vedevo a volte, mentre lavando i piatti, la sera, piangeva… Mia madre è stata in quel momento di buio, un porto sicuro. E lo è stato anche la Danza, che non ho mai lasciato. Era sempre lì. Ho continuato a praticarla, anno dopo anno, cercando un motivo, un appiglio per sfogare la mia creatività, la mia energia e forse anche la mia rabbia. E che mi aiutasse a non cedere. Perché il cedimento, quello vero, c’è stato qualche anno dopo. quando papà si è ammalato e in un mese se n’è andato. Questa volta per sempre. La sua compagna di allora lo trasferì in una clinica. Questo mi ha permesso di stare con lui, ogni giorno. Dalle vacanze scolastiche di Natale non sono più rientrata a casa di mia madre, fino al giorno della sua morte. Il perché è semplice: volevo prendermi tutto ciò che potevo, ciò che mi ero persa in quegli anni. Volevo cercare di esserci, per lui anche io e per tutto il tempo che non c’ero stata. E volevo esserci per la rabbia che avevo covato in quegli anni e che non volevo lasciare. Ma io l’ho visto, l’ho visto per come era. Ed era quello che non mi giudicava o mi accusava per cose non fatte o non dette. Anzi… era crollato. Aveva ammesso, sapendo di morire, tutti i suoi sbagli, i suoi difetti. Un giorno mi disse: “a questo punto, preferisco morire. Perché non riuscirei mai a recuperare questo disastro.” Aveva mostrato la sua arrendevolezza, di fronte ad una vita che lo aveva disilluso e piegato, nonostante tutto. Ed è stato proprio lì che ho perso la rabbia e ho fatto spazio all’amore. E ho cercato di dargli tutto ciò che avevo dentro. Persino l’aria, quando, fisicamente provato dalla chemio, riusciva a malapena a respirare. Ogni giorno centellinavo per lui granelli di zucchero nel caffè, che inevitabilmente, sentiva troppo amaro. Un poco alla volta, fino al gusto che sentiva meno amaro. E’ come quando si cerca un’armonia… e forse proprio questo sodalizio mi spingeva a fare spazio a ciò che restava. A trattenere ciò che non sarebbe andato più via di lui. Armonia. Usò questa parola qualche giorno prima di morire. Nel suo dire confuso e sconnesso ho capito che è ciò che ci accompagna sempre, in tutte le cose. È musica, è il ritmo del nostro cuore, è ciò che cerchiamo, è ciò che ci spinge a vivere, ciò che tiene in equilibrio il nostro vivere. Anche dove c’è una stonatura, esiste un’armonia e fa parte di qualcosa di più grande, che racchiude il corpo, l’anima e i pensieri. Il giorno del suo funerale ho allacciato io le sue scarpe. Quelle bellissime scarpe che usava per le serate di gala al pianoforte… mi sono fermata e ho osservato quel cerchio della vita che si stava chiudendo con un piccolo gesto che pochi anni prima aveva insegnato lui a me. Quel giorno dopo averlo salutato sono andata in sala danza e ho ballato.
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IL CIELO DELLA DONNA RADAR
Stefania Urriano
“Tutto nasce dall’infanzia, perché… perché mio papà volava per lavoro e io mi ricordo quando ero bambina che tornava dai suoi lunghi viaggi, con la valigia piena di caramelle, di dolci che in Italia non c’erano, di oggetti strani che prendeva in Africa. E io guardavo sempre con interesse queste cose, mi sembrava un mondo diverso. E sapendo che lui lo prendeva, per me l'aereo era un mezzo magico, che permetteva di portare queste cose diverse. È così che mi sono appassionata sempre di più. Poi quando lui non c'era guardavo sempre il cielo perché ogni aereo sembrava che portasse mio padre e dentro di me cresceva sempre questa passione incredibile. Però le donne non potevano avere accesso alla quella professione perché il mondo aeronautico, sia quello civile che quello militare, era solo per gli uomini. Sembrava impossibile. E per una bambina, una cosa magica e impossibile fa venire un'emozione e un desiderio ancor più vivi. Con il passare del tempo le donne hanno avuto la possibilità di accedere al campo aeronautico. È qui che io entro in questa storia. In realtà, io facevo un altro lavoro. Ma la passione per il cielo era lì, sempre dentro di me. Quando c'è stata la possibilità di fare il primo concorso, avevo scoperto un'altra professione: quella del controllore del traffico aereo, che mi avrebbe permesso comunque di parlare con i piloti, stare a contatto con quel mondo magico, ma anche di tornare a casa. Per me era il giusto equilibrio tra quello che mi piaceva fare e quello che volevo essere: una donna. Concorso. Superato. Da lì è iniziato un percorso duro, lungo. Un anno e mezzo di studio, e corso di addestramento. Perché, quando ti danno la possibilità di realizzare un sogno, ce la metti tutta. E con tutta me stessa mi trovai nella magia. Avevo vinto. Ce l’avevo fatta! Il mio sogno si stava avverando! Ora non restava che scegliere la destinazione. Venezia. Una città così bella e romantica che scelsi senza remore. Venezia, la torre di controllo e una roccaforte di uomini che avrei avuto come colleghi. Quando sono arrivata, mi sono resa conto che le strutture non erano adeguate all’arrivo di possibili donne. L’unico bagno era in comune con loro, la finestra era senza tenda e perciò, ti vedevano tutti. Non avevano preparato, non avevano fatto niente per accogliere il femminile. Le donne non le avevano volute perché, secondo loro, avrebbero svilito la professione. Non le avevano volute. Io avevo 23 anni, e sono stata accolta come una principessa. E io ero felice. Ma c’era sempre una sorta di reticenza nei miei confronti. Poi ho capito. Loro mi trattavano da ospite, perché l'ospite non è mai padrone di casa. Vivevo in una doppia figura, ma io desideravo farmi valere. Non è stato facile mantenere la mia femminilità e nel frattempo dimostrare di essere uomo sul lavoro. Sono stata a Venezia 6 anni, tanti anni… anni bellissimi perché dopo un po', alla fine, anche loro hanno messo da parte le loro paure, le loro reticenze. Tutto sommato siamo diventati una famiglia. E dopo 2 anni un altro giorno indimenticabile: ero diventata anche la prima donna al controllo radar di Venezia! Il mio primo giorno lo ricordo bene. Era il primo giorno da abilitata, nel senso che avevo finito l'addestramento e quindi ero titolare responsabile delle rotte dei cielo, senza alcun superiore. Ero emozionata e spaventata. Arriva la chiamata per l’autorizzazione alla salita. La mia prima responsabilità da controllore radar. Ma il pilota chiamò dicendo di avere fuori uso uno dei due motori a causa di uno stormo di uccelli. “Mayday mayday mayday chiediamo di rientrare all'atterraggio”… Ero pallida, e terrorizzata. Avevo tutti gli occhi dei colleghi puntati addosso, mi guardavano in silenzio senza nessuna parola di aiuto. Pochi secondi che sembravano interminabili. Prendo in mano la situazione, cerco di rassicurare il pilota, fornisco le istruzioni e riporto l’aereo all'atterraggio. Tutti sani e salvi. Poi la vita mi ha riportata a Roma. Dopo 6 anni, l’aeronautica aveva aperto le porte alle donne già da tempo e tutti i rapporti con i colleghi e le colleghe sono diventati più semplici. Ma sento ancora di dovere lottare, per me, ma anche per le altre, affinché la figura della donna sia uguale a quella dell'uomo. Ma sono grata. Sicuramente, sono grata ai miei genitori, perché mi hanno dato tutto quello che ho. E soprattutto, tutto quello che sono. E sono grata agli amici. Oggi sono grata anche per questa intervista che è un percorso introspettivo che ti dà qualcosa, ti mette lì, ti fa fermare, ti fa riflettere. Sono grata al mio passato perché c'è tanta storia. E il passato lo dobbiamo tenere con noi, ma dobbiamo guardare al futuro, a quello che vogliamo essere. Bisogna cercare di essere oggi quello che vogliamo diventare domani. Dobbiamo impegnarci sempre, possibilmente nella massima trasparenza, bontà d'animo e con riguardo verso gli altri. E uno sguardo… al cielo. Perché, come me, ognuno di noi ne ha uno."
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PANTA REI
Alberto Trotta
"Se mi guardo indietro e cerco di raccontare chi sono, penso ad una linea che collega mille puntini. Penso di essere la somma di mille passaggi di una storia lunga 50 anni. Non posso che non essere la somma dei miei errori e delle cose belle che ho fatto. E per molti anni, fin qui, mi sono chiesto se avessi voluto la verità. Sí che la volevo, la verità da quelli che credevo fossero i miei genitori. E che poi, alla fine, lo sono stati. Quando avevo 6 anni li guardavo dal basso. Non superavano il metro e cinquanta, ma a me, sembravano dei giganti. Mio padre indossava spesso completi eleganti colore blu scuro e aveva un'aria severa da medico esperto, taciturno e introverso. Mia madre era una donna di classe, intelligente colta e acuta. Una straniera accolta da un paese, l'Italia, che forse non l'ha mai capita fino in fondo.Loro sono stati per me stelle luminose e alfieri di un passato lontano. E così sono cresciuto in un minuscolo arcipelago casalingo, senza farmi troppe domande, come se questo mio mondo non dovesse mai finire. Ma all'età di 25 anni si sono ammalati, contemporaneamente. Ho diviso le mie giornate tra casa e ospedali, con la ridicola presunzione che la mia giovinezza potesse vincere qualsiasi cosa. E invece, la verità ha bussato alla mia porta dopo cinque lunghi anni. In due settimane sono rimasto solo. Un giorno, aprendo il doppio fondo del baule di mia madre, ho trovato alcuni documenti. Dapprima non ci feci caso, poi però cominciai a leggere con attenzione. Erano i documenti che rivelavano la mia adozione. Ricordo di essermi seduto sul letto, e aver stretto la testa tra le mani. Sí avrei voluto ascoltare la verità dalle loro voci. Avrei voluto ascoltare la storia, la mia storia, che ho potuto, negli anni successivi, solo immaginare. Una storia assurda, infinita, un circuito che sembra essersi chiuso con la loro morte, ma che in realtà rimane aperto ancora oggi. Ci sono tante domande, alle quali,oggi, posso rispondere solo con le ricerche sulla verità e con il mio buon senso. Per anni ho li incolpati di tutto. Poi, come in un cerchio concentrico la mia vita ha ripreso a scorrere. Oggi a 50 anni, posso comprendere la scelta dei miei genitori adottivi, perché sono padre anche io. E sono grato. Sono grato a ciò che i miei genitori mi hanno donato: istruzione, amore e forza. E sono grato a tutto ciò che ho avuto: figli, famiglia, che sono un paracadute immenso per rovinose cadute, che fortunatamente non ho avuto. Sono grato alla fortuna immensa che ho avuto di essere stato adottato da qualcuno che mi ha voluto bene e che ha potuto consegnarmi una vita felice, nonostante tutto. Shakespeare diceva che "rispondere alle fortune che hai avuto, con la mala grazia è un invito alle tenebre". Il messaggio importante della mia storia, l'ho trovato dopo tanti anni. E si racchiude in unica parola: empatia. Cercare di capire. Perché alla base di tutti i comportamenti umani c'è sempre una spiegazione. Se riusciamo a metterci nei panni dell'altro vinceremmo forse una delle più grandi battaglie. Se riusciamo a farlo, ci evolviamo come persone. E se ci evolviamo scorriamo, come un fiume. Perché tutto scorre."
StefanoNizzi
UN BEL SOGNO CHE DIVENTA REALTÀ
Stefano Nizzi
"La mia storia come hair-stylist inizia più di venti anni fa. Anche a costo di risultare banale, se dovessi dare un titolo alla mia storia sceglierei "Un Bel Sogno Che Diventa Realtà". E ci tengo a sottolineare che si tratta di un bel sogno, dal momento che il mio lavoro consiste nel creare bellezza. Mi sono spesso chiesto da dove nascesse la mia passione, dato che non sono un figlio d’arte. Ragionare a ritroso non è facile, ma ho cominciato a capirci qualcosa in più quando ho rivisto le foto di me da piccolo. Sin dalle elementari, ero l’unico pettinato. Ricordo che obbligavo mia madre a pettinarmi tutte le mattine e non solo: doveva farlo come le dicevo io. Lei veniva obbligata a creare un’acconciatura così come io la immaginavo. Già da quei momenti si intravedevano i primi bagliori del mio amore per il gusto, per l'estetica. Tutto è definitivamente sbocciato con un regalo. Quando avevo quindici anni, mio nonno mi donò un rasoio elettrico. Lui fu la mia prima cavia, anche se il mio primo cliente fu mio fratello. Un cliente affidabile e puntuale: una volta a settimana lo prendevo di forza (era ancora piccolino) e sperimentavo sempre qualcosa di nuovo. L’inizio della mia carriera. Nel corso degli anni, la passione è cresciuta, tanto che presi la decisione di abbandonare gli studi durante il liceo per iniziare a lavorare in uno dei saloni storici di Foligno. Era il 1999. L’inizio della mia carriera – quello vero, stavolta. Per la prima volta, entravo in un salone con l’intenzione di intraprendere un percorso da professionista. Percorso grazie al quale ho ottenuto, nel giro di circa sei anni di apprendistato, l’esperienza necessaria ad aprire la mia prima attività. Nonostante un’interruzione momentanea dovuta in un primo momento al servizio militare e dopo alla ripresa degli studi per diplomarmi. Ho fatto tanti sacrifici. Ho studiato da solo. Ho investito tutto il mio stipendio per crescere e informarmi. A fine giornata mi mettevo a provare sulle varie testine. Un apprendistato molto intenso, sei anni molto intensi. E non è affatto scontato che una persona, ad appena 26 anni, una volta terminato un periodo del genere, sia subito pronta a intraprendere una carriera da solista. Ero giovane. Ero un po’ folle. Mi sono buttato. Ho aperto il mio salone nel 2007, in via Mazzini a Foligno (qui dove siamo ancora oggi), e ricordo che il giorno dell'apertura nevicava. A Foligno non è così scontato che nevichi durante l'inverno: è stato il tocco che mancava per rendere ancora più magica la cornice dell'evento. Un sogno si avverava. Il sogno si avverava. Dal primo momento, quando ancora nemmeno avevo idea di cosa significasse fare il parrucchiere, già avrei voluto aprire un salone tutto mio. Dal primo momento, mi sono attivato in funzione di questo obiettivo. Nel corso di questi 14 anni, l’attività è cresciuta tanto. Abbiamo iniziato in tre e ora siamo in otto. Siamo uno staff ancora molto giovane, io sono il più grande. I ragazzi collaborano con grande iniziativa e con un forte spirito di squadra. Tutti sanno di essere fondamentali, sanno che la crescita del singolo implica sempre un miglioramento nel gruppo. Lavoriamo molto e ci divertiamo altrettanto; nel mentre, nascono dei professionisti, che aumentano la qualità del nostro team. Il successo ci ha accompagnati da subito e questa cosa non smette di stupirmi. E di rendermi orgoglioso, soprattutto nel momento in cui realizzo che è sorto tutto dalla mia forte voglia di arrivare; di dimostrare, in primis a me stesso e poi le persone a me care, che avrei potuto fare qualcosa di buono. Ma la soddisfazione più grande arriva quando mi capita di chiedere ai miei collaboratori come mai abbiano deciso di venire a lavorare da me. La risposta è sempre la stessa: “So che qui posso diventare un parrucchiere”. Evidentemente, hanno capito che qui c'è spazio per potersi esprimere. Il merito è stato quello di capire che chi si avvicina a questo lavoro, specialmente per quanto riguarda i giovani, non ha più voglia di fare l'operaio per anni, nella speranza di potere passare al taglio (forse, un giorno). Senza mai sentirsi un hair-stylist completo, finito. Delle volte, capiamo che la cosa migliore è partire al contrario e si inizia proprio dal taglio, dalla cosa più ambita. Dare tanto spazio ai miei collaboratori: questo è uno degli ingredienti del successo che accompagna la squadra. Certo, non posso nascondere di avere passato dei momenti difficili, perché è faticoso conciliare la vita privata e un lavoro come questo, che risucchia il tuo tempo. Il segreto sta nell’avere un focus chiaro. Quando conosci la meta verso cui ti vuoi dirigere, le montagne e i mari che dovrai affrontare saranno solo apparentemente invalicabili. Alla fine dei conti, la strada si spiana. Sempre. È per questo che ho difficoltà a individuare un momento preciso che mi abbia segnato. Si tratta, piuttosto, di tanti piccoli momenti che hanno concorso a gratificarmi lungo la carriera. Il tutto è dovuto principalmente alla mia visione, al mio mind-set incentrato sul voler migliorare professionalmente e crescere personalmente. Per esempio, tempo fa ho ritrovato un vecchio taccuino sul quale appuntavo delle cose che richiamavano il mio interesse e che avrei voluto avere nel locale che avrei aperto; rileggendolo a distanza di anni, mi sono reso conto che la maggior parte di quelle cose sono effettivamente presenti nel mio salone. L'arredamento nero, la poltrona con massaggio e migliaia di altre cose che uno ormai non nota neanche più erano tutte lì, in quella lista dei desideri che avevo espresso in tempi non sospetti e che mi ero addirittura scordato di avere. Certo, ci sono stati dei passaggi fondamentali. Penso alla decisione di lasciare la scuola. O meglio, al fatto che i miei genitori mi permisero di lasciare la scuola. Già, perché non sarò un figlio d’arte in quanto parrucchiere, ma sono figlio di insegnanti. Non è stato semplice convincerli. Inizialmente, per loro è stato un dispiacere importante, non tanto per la scuola in sé quanto per la paura che la mia fosse una passione momentanea, un fuoco di paglia. Sono stati veramente in gamba a capire, invece, che quella sarebbe stata la mia strada e a supportarmi per il futuro. In parte, è stato anche per loro, per gratificarli, che ho deciso di terminare la scuola riprendendo quell'ultimo anno di liceo lasciato in sospeso. E pensare che fu proprio mia madre a introdurmi a questo mondo. Un giorno mi chiama per dirmi che un parrucchiere, uno dei più grandi a Foligno, era alla ricerca di un apprendista. Mi prendono in prova, per una settimana. La domenica riceviamo una telefonata a casa, alla quale rispose proprio mia madre, in cui le dissero che mi avevano preso. È stata la prima vera gioia a livello lavorativo. Fu tanto importante quanto il giorno dell’inaugurazione del mio locale. La coronazione di anni di fatica e l’inizio di un cammino segnato da grandi soddisfazioni. Il mio percorso ha reso possibile che io, oggi, mi senta grato a tante persone. In primis, alla mia famiglia, che ha avuto e ha tuttora un ruolo fondamentale. Ai miei genitori, che, nonostante lo sforzo che ho richiesto loro, mi hanno accettato e sostenuto con amore infinito. A mio fratello, che è entrato a far parte del team ormai tre anni fa. Mai avremmo pensato, né io né lui, che un giorno ci saremmo ritrovati a lavorare insieme. E invece, anche lui si è innamorato di questo mestiere. Il fatto che stia crescendo sotto la mia ala protettiva mi inorgoglisce veramente tanto. E, chiaramente, a mio nonno, il primo investitore, il primo a credere in me. Sono grato al mio staff. Anche alle persone che oggi non ne fanno più parte, dato che riesco sempre a creare e mantenere un ottimo rapporto con chiunque collabori con me. Sono grato ai tanti insegnanti che ho avuto e ai consigli pratici che mi hanno dato. Anche loro hanno saputo spingermi quando ne avevo bisogno. Il messaggio che passa dalla mia storia è che non bisogna mai smettere di credere nei propri sogni. Se uno ha un fuoco dentro che arde, non ci sono ostacoli che possano dividerlo dal suo obiettivo. Bisogna stringere i denti e andare avanti a prescindere dalle situazioni esterne, perché ognuno si crea il proprio destino. Ogni percorso umano, relazionale o lavorativo sarà caratterizzato anche da difficoltà, ma è necessario non smettere mai di sognare e di essere coscienti del proprio valore. È anche per trasmettere questo messaggio che ho deciso di vestire i panni del formatore. Quello formativo è un ambito nel quale il concetto chiave è la fiducia. Una volta che diventi formatore, porti il tuo sapere ad altri colleghi che scelgono te al posto di qualcun altro. La fiducia è il comune denominatore tra lo Stefano formatore e quelli che si affidano a me, che siano ragazzi che vogliono imparare il mestiere o clienti che ci scelgono per rappresentare la loro bellezza. È una responsabilità nei confronti dell’altro, che si tratti di persone che stanno iniziando questo percorso lavorativo o di titolari di saloni che, pur avendo anni di esperienza alle spalle, decidono di mettersi in gioco. Devi dare fiducia a chi investe tempo, denaro ed energie in te. È un modo di mettere a disposizione il tuo sapere, il che non ti rende solo lavorativamente più performante, ma ti gratifica anche dal punto di vista umano. Devi fare in modo che la persona ti scelga e che lo faccia perché si fida di quello che è dietro al prodotto o al trattamento che gli offri. Quando affidi la tua bellezza alle nostre attenzioni, devi innanzitutto fidarti. Altrimenti, chi mai deciderebbe di cambiare il colore dei propri capelli? Noi partiamo da un consulto, dalla conoscenza, dalle aspettative che uno coltiva. Parliamo con la persona che abbiamo davanti, la facciamo sentire a suo agio. Solo dopo si progetta la creazione di un look. È il rapporto di fiducia che rappresenta appieno il ruolo del parrucchiere, dato che taglio e colore non sono che semplici mezzi che il parrucchiere ha per esprimersi. Dal momento in cui uno sceglie un'immagine, questa lo rappresenterà sempre. Io ripeto sempre che se non ti piace la tua giacca, la puoi sempre togliere; in merito ai capelli, non è così semplice. È una bella responsabilità, no?"